Perchè viviamo?
E’ una domanda a cui filosofie, religioni e persino la scienza non sanno rispondere. Possono analizzare e discutere delle conseguenze della vita, ma la ragione intima per cui un ovulo fecondato da uno spermatozoo diano origine alla vita.
Qual’è il valore di una vita?
E’ un valore inestimabile, valore che perde però di significato quando ci viene strappato il diritto alla morte.
La morte è un diritto inviolabile tanto quanto lo è la vita. Sono le due facce della stessa medaglia e non possono essere scisse per nessuna ragione al mondo.
Ogni essere umano piagato da una malattia che rende impossibile la vita in quanto tale deve avere il diritto di sottrarsi alla sofferenza se non del corpo, dell’anima.
Nessuna morale religiosa, nessun perbenismo sociale deve negargli un diritto che ha acquisito nel momento stesso in cui ha emesso il suo primo vagito: morire.
Quanti malati terminali sono costretti a soffrire da leggi, morali contorte, valori religiosi insulsi, che impediscono loro di liberarsi del dolore anche quando chiedono con le lacrime agli occhi e l’animo devastato dalla sofferenza un atto di pura e semplice misericordia?
Quanti genitori sono costretti al capezzale di figli che ormai sono solo gusci vuoti, imprigionati in un dolore che si intensifica giorno dopo giorno, senza mai conoscere la parola fine, solo perché l’avida coscienza medica ha legato l’esistenza di quei corpi a macchine che impediscono il naturale decorso della vita nella morte?
Quanti uomini vivono imprigionati in un corpo che si rifiuta di vivere, un corpo che non può respirare, non può nutrirsi e neppure difendersi? Con quale coraggio viene loro negata la dignità di esseri umani? Con quale coraggio viene loro negata la dignità della morte?
La crudeltà non è permettere a questi uomini e a queste donne di morire. La crudeltà è vietare loro un diritto che nessuno riconosce come tale. Il diritto alla morte.
