Il diritto a morire: eutanasia

Perchè viviamo?
E’ una domanda a cui filosofie, religioni e persino la scienza non sanno rispondere. Possono analizzare e discutere delle conseguenze della vita, ma la ragione intima per cui un ovulo fecondato da uno spermatozoo diano origine alla vita.
Qual’è il valore di una vita?
E’ un valore inestimabile, valore che perde però di significato quando ci viene strappato il diritto alla morte.

La morte è un diritto inviolabile tanto quanto lo è la vita. Sono le due facce della stessa medaglia e non possono essere scisse per nessuna ragione al mondo.
Ogni essere umano piagato da una malattia che rende impossibile la vita in quanto tale deve avere il diritto di sottrarsi alla sofferenza se non del corpo, dell’anima.
Nessuna morale religiosa, nessun perbenismo sociale deve negargli un diritto che ha acquisito nel momento stesso in cui ha emesso il suo primo vagito: morire.

Quanti malati terminali sono costretti a soffrire da leggi, morali contorte, valori religiosi insulsi, che impediscono loro di liberarsi del dolore anche quando chiedono con le lacrime agli occhi e l’animo devastato dalla sofferenza un atto di pura e semplice misericordia?
Quanti genitori sono costretti al capezzale di figli che ormai sono solo gusci vuoti, imprigionati in un dolore che si intensifica giorno dopo giorno, senza mai conoscere la parola fine, solo perché l’avida coscienza medica ha legato l’esistenza di quei corpi a macchine che impediscono il naturale decorso della vita nella morte?
Quanti uomini vivono imprigionati in un corpo che si rifiuta di vivere, un corpo che non può respirare, non può nutrirsi e neppure difendersi? Con quale coraggio viene loro negata la dignità di esseri umani? Con quale coraggio viene loro negata la dignità della morte?
La crudeltà non è permettere a questi uomini e a queste donne di morire. La crudeltà è vietare loro un diritto che nessuno riconosce come tale. Il diritto alla morte.

5 Commenti

  1. thedigger ha detto,

    Ottobre 17, 2007 a 4:27 pm

    Dal tuo discorso qualifichi il diritto a morire come un diritto universale. Se è universale, significa che ognuno può decidere se e quando togliersi la vita. Poi però passi ai casi dei malati terminali.

    A mio parere, tra le due cose c’e’ una differenza. Nel primo caso possono decidere di uccidersi anche le persone sane, a loro discrezione. Nel secondo, solo chi si trova in una condizione fisica molto particolare. In quest’ultima ipotesi, però, il diritto alla morte perde il suo carattere universale: diventa un’esclusiva di pochi.

    Alcuni potrebbero dire che le persone sane, se vogliono suicidarsi, possono farlo quando vogliono e non hanno bisogno che venga loro riconosciuto alcun diritto a farlo. Non sono daccordo. La morte fai da te è difficile, indegna e dolorosa. Se uccidersi fosse facile quanto bere un bicchier d’acqua il mondo sarebbe molto, molto più vuoto. Quanti contannati alla vita, quante persone grigie ci circondano solo perché non hanno il coraggio di farla finita? Tanti.

    Tuttavia, se la morte divenisse un diritto universale sarebbe lecito anche vendere liberamente farmaci che uccidono dolcemente. Ma che poi verrebbero assunti dal ventenne deluso in amore (tanto per fare il caso di un maggiorenne). E’ accettabile questo? Dove tracciamo la linea tra una scelta di morire ingiusta e una giusta? Qualcuno dovrebbe decidere? Chi? Il prete, il medico, il giudice?

    Personalmente, temo che il problema vada cercato oltre la contrapposizione giusto/sbagliato. Il fatto che il suicidio sia un tabù in buona parte delle religioni non deriva affatto da un vantato rispetto dell’individuo; questa, semmai, è la scusa che viene data oggigiorno (le religioni, in generale, hanno rispetto solo per se stesse). Il suicidio anticamente era un peccato contro dio: insomma non bisognava uccidersi “perché no”.
    La motivazione in realtà è sociologica: se chiunque potesse disporre della propria vita, si erodebbe dalle fondamenta la piramide di potere sulla quale potevano contare le gerarchie delle società passate. Come dire: agli schiavi non è permesso fuggire. Neanche con la morte.

    Ai giorni nostri è ancora così, e lo si vede nei casi più estremi. Dicono che non dobbiamo ucciderci, ma quando gli chiediamo perché ci rimpinzano di ipocrisia. Come il povero Welby, ai quali i preti del dio dell’amore non hanno accordato le esequie (ma le hanno date a Pino Che). La cosa peggiore? Lo hanno fatto “per ragioni di principio”. Scommetto che dicevano lo stesso degli eretici che mettevano al rogo.

  2. marghe ha detto,

    Ottobre 17, 2007 a 5:08 pm

    credevo che dal titolo del post si capisse che il discorso è inteso solo all’eutanasia.
    Per quanto riguarda il suicidio la mia posizione è neutrale. Cioè se una persona proprio non ce la fa a vivere e decide di togliersi la vita sono problemi suoi, la mia morale si astiene dal giudicarlo tanto positivamente quanto negativamente. Quel di cui sono convinta è che alle volte è più facile trascinarsi dietro la propria infelicità piuttosto che provare in qualche modo a reagire ad essa. Sono una fervida sostenitrice del “piangi, sfogati per bene e guarda avanti”. E’ un modo di prendere la vita a muso duro, ma in fondo la vita non fa la stessa cosa con noi?
    Il mio discorso è rivolto invece a persone seriamente malate e impossibilitate alla guarigione, tenute in vita contro la loro volontà, contro ogni logica.
    Quando sento discorsi sull’argomento l’unica parola che mi sovviene alla mente è: IPOCRISIA. Ipocrisia mascherata da religione, da moralità e altro ancora.
    Il diritto alla morte in questi casi limite è sacro tanto quanto il diritto alla vita. Se però sei sano come un pesce e hai deciso di farla finita, il problema è un altro e in quel campo non ho alcuna voglia di entrare.

  3. Davide ha detto,

    Ottobre 17, 2007 a 7:23 pm

    La questione dell’eutanasia è un vespaio.

    Prima di considerare il lato religioso olegislativo, io penso al lato umano.
    E mi concentro sul fatto che il malato terminale non è solo nell’universo.

    Ciascuno di noi è libero di togliersi la vita come gli pare – io lo considero personalmente un gesto crudele, se non altro per lo stress che scarica sui sopravvissuti, ma a ciascuno il suo.

    Ma chiedere a terzi di toglierci la vita?
    Con quale diritto posso imporre a qualcuno che amo il fardello di prendersi la responsabilità della mia dipartita?

    E poi ci sono i casi in cui io, oggettivamente, non posso decidere o dare il mio consenso.
    Chi decide per me?
    I miei parenti?
    I miei amici?
    I medici?
    Lo stato?
    Voi vi fidate?

    OK, io stesso ho detto spesso “Se mai doveste scoprirmi ad ascoltare Tiziano Ferro, abbattetemi”, ma mi scoccerebbe parecchio se il mio migliore amico o mio fratello mi facessero secco solo perché mi sono abbioccato con la TV sintonizzata su MTV.

    In altre parole – quello dell’eutanasia è uno di quei casi semplicissimi che nella pratica sono tutto fuorché semplici.
    Finora non se ne è trovata una implementazione che non sia aperta ad abusi orripilanti.
    Leggetevi certe storie di Larry Niven – parte del ciclo di Gil Hamilton, ad esempio – per vedere come una buona idea possa deragliare in mano a politici e amministratori.

    Prima di battermi per l’eutanasia, preferisco battermi per maggiori investimenti nella ricerca medica – in modo che l’eutanasia diventi superflua.

    Opinioni personali, naturalmente.

  4. thedigger ha detto,

    Ottobre 19, 2007 a 2:16 pm

    Destinare maggiori fondi alla ricerca è senz’altro un bene. Ma quanto tempo ci vorrà prima che l’eutanasia diventi superflua? Decenni? Secoli? Purtroppo c’e’ molta gente che soffre, e soffre ora, non nel futuro. Il dibattito non dovrebbe essere rimandato solo per evitare un argomento spinoso.

  5. Davide ha detto,

    Ottobre 19, 2007 a 6:11 pm

    Il problema è stabilire chi decide.
    Cosa facciamo – una dichiarazione come quella per la donazione degli organi?
    Quali limiti poniamo?

    Vista la varietà delle esperienze e delle situazioni umane, io credo che l’argomento non sia spinoso.
    Io credo che sia irrisolvibile allo stato attuale dell’etica umana.

    E stasera sono troppo stanco per sviluppare un nuovo sistema etico ;-)


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